Coppedè e il Liberty a Roma: itinerario tra palazzi, villini e decorazioni

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Un arco che sembra uscito da una scenografia, due palazzi che lo reggono come quinte, un lampadario di ferro battuto appeso sopra la testa. Poi la strada si apre su una piazza piccola, con una fontana circondata da rane di pietra. Siamo a piazza Mincio, nel cuore del quartiere Coppedè, a due passi da via Nomentana e dal quartiere Trieste. Nessun cartello da grande attrazione, nessun biglietto: solo un isolato di case private che dal 1915 al 1927 è diventato il laboratorio più eccentrico del Liberty romano.

Chi arriva qui si ferma quasi sempre per caso, magari andando verso Villa Torlonia. E resta mezz’ora buona a fotografare mascheroni, api di terracotta, putti e balconi asimmetrici. Questo itinerario raccoglie quello che c’è da vedere, la storia del cantiere e i dettagli che si notano solo guardando in su. Con una raccomandazione: qui vive gente, quindi voce bassa e portoni chiusi.

Il quartiere Coppedè: un’isola fuori dal tempo

Il nome inganna. Il quartiere Coppedè non è un quartiere nel senso amministrativo: è un complesso di edifici dentro il quartiere Trieste, tra via Tagliamento, via Arno, via Ombrone, via Serchio, via Reno, via Clitunno e via Adige, fino a piazza Trasimeno. La superficie calpestabile è di circa 45.000 metri quadrati. Il nucleo è piazza Mincio, punto di partenza e di ritorno di qualsiasi passeggiata.

I numeri dicono la scala del progetto: 18 palazzi e 27 edifici tra palazzine e villini, progettati da Gino Coppedè o dai suoi allievi. Lo stile è un ibrido dichiarato: Liberty, eclettismo, richiami alla Roma imperiale e suggestioni medievali. Il risultato è un insieme che non somiglia a nient’altro in città, tanto da essere finito in decine di film.

Gino Coppedè e la storia del cantiere

Nel 1915 la Società Anonima Edilizia Moderna, con sede in piazza di Pietra, decide di costruire una zona residenziale tra i confini di Parioli e i quartieri allora nuovi di Salario e Trieste. Il progetto va a Gino Coppedè, architetto genovese che aveva già lavorato per i finanzieri Cerruti. La prima presentazione del piano risale al 19 ottobre 1916, su un’impostazione urbanistica che viene dal piano regolatore Sanjust del 1909.

Il rapporto con la commissione edilizia non fu semplice. Il 23 agosto 1917 arrivò la richiesta di dare al complesso un’impronta più romana: da lì le cornici e le modanature di gusto imperiale, il travertino in facciata e il grande arcone che ricorda gli archi di trionfo del Foro. Coppedè morì nel 1927, lasciando l’opera incompiuta. A chiuderla fu Paolo Emilio André, che ne firmò il completamento. Nel 1921 erano già terminati i Palazzi degli Ambasciatori.

Dentro, le case erano all’avanguardia per l’epoca: citofoni, garage, caldaie in rame, cucine con lavatoi in marmo. E finiture curate all’eccesso: maioliche smaltate in cucina, parquet nei soggiorni, mosaici in stile pompeiano nei bagni. Un dettaglio che dice molto: gli spazi interni erano divisi tra zone di ricevimento e «sacrari» della vita privata, separando la casa pubblica da quella intima.

L’ingresso da via Tagliamento: l’arco e il lampadario

L’ingresso principale è su via Tagliamento. Poco prima dell’arco c’è un’edicola con una statua della Madonna con Bambino: è il primo segnale che qui la decorazione non è mai neutra. L’arco unisce due palazzi e funziona come una porta urbana. Sotto, oltre a due balconi, pende un grande lampadario in ferro battuto, uno degli elementi più fotografati del complesso.

Guardate i dettagli: sono disposti in modo volutamente asimmetrico. Stemmi, festoni, foglie, animali scolpiti: ogni lato è diverso dall’altro. Fermarsi qui cinque minuti e poi ripartire è l’errore più comune. La visita vera comincia quando si alza la testa e si percorre il sottoportico con calma, cercando le iscrizioni latine tra le decorazioni.

Piazza Mincio e la Fontana delle Rane

Superato l’arco si arriva a piazza Mincio, il centro geometrico e simbolico del complesso. Al centro c’è la Fontana delle Rane, costruita nel 1924. La vasca inferiore supera di pochi centimetri il livello della strada. Tutt’intorno, quattro coppie di figure sostengono altrettante conchiglie, e su ogni conchiglia sta una rana da cui zampilla l’acqua. Dal centro si alza una seconda vasca, alta circa due metri, con altre otto rane sul bordo.

La fontana è il punto in cui il Liberty diventa quasi fiabesco: rane, conchiglie, putti e un impianto simmetrico che però non stanca. Di sera, con le luci accese sui palazzi intorno, la piazza cambia faccia. In mattinata, con luce radente, si vedono meglio i rilievi delle facciate e i colori del travertino.

I Palazzi degli Ambasciatori

Il blocco più imponente è quello dei Palazzi degli Ambasciatori: via Tagliamento 8-12, via Brenta 2, piazza Mincio 1, via Dora 1-2 e via Tanaro 5. Due corpi a pianta triangolare separati da via Dora, cinque livelli, due torrette sull’angolo tra via Arno e via Tagliamento. La copertura è a terrazzo, e tra i due blocchi si nascondono locali di servizio e cinque vani scala per gli ascensori.

Sulla torretta d’angolo di via Tagliamento c’è la scritta «Anno Domini MCMXXI», cioè il 1921, con bassorilievi di figure antropomorfe. Il grande arco centrale è decorato con pitture che rappresentano una Vittoria alata e mosaici con aquile. All’interno dell’arco c’è la dedica a Coppedè: il progettista si è firmato dentro la sua opera, e non è un caso isolato in questo complesso.

Un dettaglio che quasi nessuno nota: l’arco sopra l’ingresso del palazzo al civico 2 di piazza Mincio riproduce una scenografia del film Cabiria, del 1914. Il cinema entra nel quartiere prima ancora che il quartiere entri nel cinema, e la cosa divertente è che all’epoca il riferimento era chiarissimo a chiunque.

I Villini delle Fate

Il lato più decorato è quello dei Villini delle Fate, in via Aterno 4, piazza Mincio 3 e via Brenta 7-11. Le facciate sono costruite a strati: nella zona bassa una decorazione geometrica, al piano superiore dipinti con figure umane dentro le bifore. I materiali sono marmo, laterizi, travertino, terracotta e vetro, con cancelli in legno e ferro battuto.

Su via Aterno la facciata è divisa in corpi aggettanti. Il primo ha una quadrifora tra i ritratti di Petrarca e Dante. Il secondo mostra un dipinto di Firenze con la scritta «Fiorenza bella», un arcone con rilievi di api e stemmi, e sotto la loggia un falconiere con il suo falcone. Il terzo corpo ha una torretta con orologio a motivi zodiacali e, in basso, uno stemma con il biscione.

Il lato di via Brenta è dedicato a Venezia: leone alato di San Marco, aquila di San Giovanni, un veliero, una processione di monache e frati francescani. Poco più avanti compare anche la lupa con Romolo e Remo. Tre città — Firenze, Venezia e Roma — tenute insieme da festoni, putti e terracotta. Il risultato, visto da vicino, sembra quasi tessuto più che costruito.

Il Palazzo del Ragno e i dettagli da cercare

Il Palazzo del Ragno prende il nome dal ragno nero che campeggia sulla facciata. Accanto c’è la scritta «Labor», con un cavaliere: qui il tema è il lavoro, non la mitologia. È uno dei tanti messaggi nascosti tra le pietre, e per trovarlo serve alzare gli occhi sopra il livello delle vetrine.

Sul prospetto di via Olona c’è un albero della vita e, al centro, un dipinto con una meridiana. Tra le altre decorazioni compaiono una scena di battaglia con la scritta «Domus pacis» e altre iscrizioni latine. Sotto l’angolo del tetto a capanna si riconosce un colombario. Sono elementi che, messi in fila, raccontano un programma simbolico preciso e non solo un gusto per l’ornamento.

Coppedè al cinema: da Dario Argento a House of Gucci

L’atmosfera sospesa ha attirato registi di generi diversissimi. Dario Argento ha girato qui scene di L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e di Inferno (1980). Nel 1976 Richard Donner usò il quartiere per le sequenze iniziali di Il presagio. Nel 1974 era passato di qui anche Francesco Barilli con Il profumo della signora in nero.

Nel 2021 il quartiere è diventato la residenza di Maurizio Gucci in House of Gucci, con l’omicidio ambientato sulla scalinata del Palazzo degli Ambasciatori. Va detto chiaramente: è una ricostruzione scenografica, perché nella realtà l’omicidio avvenne a Milano. Il film però ha rilanciato il turismo fotografico in piazza Mincio, e ancora oggi si vedono coppie rifare la posa.

In una delle villette del complesso aveva casa Beniamino Gigli, tenore tra i più noti del Novecento. E in diverse vie del quartiere hanno sede ambasciate: Sudafrica in via Tanaro, Marocco e Costa d’Avorio in via Brenta, Repubblica del Congo in via Ombrone, Lesotho in via Serchio, Estonia in via Clitunno. Le sedi presso la Santa Sede di Turchia e Austria sono in via Serchio e via Reno.

Dove si trova e come arrivare

L’indirizzo di riferimento è piazza Mincio, 00198 Roma, dentro il quartiere Trieste. Il modo più comodo è il tram 3 o 19 fino a piazza Buenos Aires, poi pochi minuti a piedi verso via Tagliamento. In alternativa la metro B1 con fermata Sant’Agnese/Annibaliano e una camminata di un quarto d’ora circa. Diverse linee di bus servono viale Regina Margherita e la zona di via Nomentana.

Se arrivate in auto, mettete in conto la difficoltà di parcheggio: la zona è residenziale e le strisce blu si riempiono presto. Meglio lasciare l’auto vicino a una fermata della metro o del tram e finire a piedi. Il complesso si gira interamente senza biglietto e senza prenotazione, perché le strade sono pubbliche.

Cosa vedere nei dintorni

A poco più di un chilometro, lungo via Nomentana, c’è Villa Torlonia: parco storico, la Casina delle Civette e il Museo di Casina Nobile. È il completamento naturale di questa passeggiata, e per molte persone la coppia Coppedè più Villa Torlonia è la mezza giornata giusta. Ne parliamo anche nella guida alle ville e parchi storici di Roma.

Restando in tema di architettura, un altro itinerario da abbinare è quello sull’EUR razionalista e i suoi musei: stili opposti, stessa idea di quartiere come progetto unitario. Chi cerca altri angoli poco battuti può partire dai 10 luoghi insoliti e instagrammabili di Roma oppure dai giardini segreti fuori dai circuiti turistici. Sono tutte mete a mezz’ora di cammino o a poche fermate di tram, quindi si possono incastrare nello stesso pomeriggio.

Per chi ama camminare con una storia in testa, il confronto più interessante è con le passeggiate letterarie tra Keats, Goethe e Pasolini e con la passeggiata sull’Aventino. Coppedè non ha scrittori residenti, ma ha registi, tenori e un immaginario che vale quanto un capitolo di romanzo. Se il tempo regge, chiudete il giro con un caffè a piazza Buenos Aires: si guarda la piazza e si riordina mentalmente quello che si è appena visto.

Itinerario a piedi: le quattro tappe del giro

Il bello del quartiere Coppedè è che si visita in linea retta, senza mappa. Quattro tappe bastano per vedere tutto quello che conta, con deviazioni di pochi metri. Ecco l’ordine che funziona meglio, soprattutto se arrivate dal tram in piazza Buenos Aires.

Prima tappa, via Tagliamento. Si parte dall’edicola con la Madonna con Bambino e si passa sotto l’arco, guardando il lampadario in ferro battuto. Prendetevi il tempo di leggere le iscrizioni: sono il modo più rapido per capire che il complesso è stato pensato come un racconto per immagini, non come una semplice speculazione edilizia.

Seconda tappa, piazza Mincio. Al centro c’è la Fontana delle Rane, con il suo giro di conchiglie e figure. Girate intorno alla vasca in senso orario e alzate lo sguardo verso le facciate: da qui si vede bene quanto le altezze e i cornicioni siano stati studiati per fare da quinta.

Terza tappa, via Aterno e via Brenta. È la parte più decorata, quella dei Villini delle Fate. Su via Aterno cercate i ritratti di Dante e Petrarca, la scritta «Fiorenza bella» e l’orologio zodiacale sulla torretta. Su via Brenta, il leone di San Marco e la lupa con Romolo e Remo.

Quarta tappa, via Olona e Palazzo del Ragno. Chiude il giro la parte più simbolica: il ragno nero, la scritta «Labor», l’albero della vita e la meridiana. Da qui si esce verso via Nomentana e si prosegue, se volete, verso Villa Torlonia.

Consigli pratici per la visita

Quanto tempo serve: dai 30 ai 45 minuti per il giro completo con foto, un’ora se leggete tutte le iscrizioni. Quando andare: mattina presto nei giorni feriali, quando la piazza è quasi vuota e la luce è radente. Il fine settimana pomeriggio è il momento peggiore per fotografare la fontana senza gente intorno.

Rispetto per chi abita: i palazzi sono case private, con portoni e citofoni. Non si entra nei cortili e non si sale sulle ringhiere per la posa. Cosa portare: scarpe comode, perché il quartiere si gira a piedi su marciapiedi stretti, e un teleobiettivo se volete i dettagli dei rilievi in alto.

Luce: le facciate di via Aterno e via Brenta sono più leggibili nel pomeriggio, l’arco di via Tagliamento rende meglio con il sole alto. Attenzione: la zona è residenziale anche per i servizi, quindi bar e bagni si trovano su viale Regina Margherita o verso piazza Buenos Aires, non dentro il complesso.

Domande frequenti sul quartiere Coppedè

Si paga un biglietto? No. Le strade del complesso sono pubbliche e la visita è gratuita, senza prenotazione. Si paga solo se si decide di entrare in un museo dei dintorni, come quelli di Villa Torlonia.

Si possono visitare gli interni? In generale no: gli appartamenti sono abitati. Qualche apertura straordinaria viene organizzata in occasioni particolari, ma non esiste un percorso fisso. Per gli interni storici conviene guardare altrove, per esempio nei musei di villa.

Quanto dista dal centro? Da piazza Venezia siamo intorno ai 4 chilometri, con tram e metro si arriva in una ventina di minuti. A piedi è una camminata lunga ma fattibile passando per via del Corso, via di Ripetta e piazzale Flaminio.

Si può fotografare liberamente? Sì, è uno dei posti più fotografati della zona e nessuno vi dirà nulla. L’unico limite è il buon senso: niente treppiedi in mezzo alla strada, niente pose sopra le ringhiere, e attenzione ai portoni privati quando cercate l’inquadratura giusta.

Meglio di giorno o di sera? La mattina presto dà la luce migliore sui rilievi e la piazza vuota. La sera ha un fascino diverso, con le luci accese e meno passaggio, ma le facciate perdono dettaglio. Chi vuole fare foto di architettura scelga la mattina, chi cerca atmosfera scelga il dopo cena.

Ci sono bar o bagni dentro il quartiere? Dentro il complesso no: è una zona residenziale con pochi esercizi. I punti di appoggio più comodi sono su viale Regina Margherita, verso piazza Buenos Aires e lungo via Nomentana, dove si trovano bar, gelaterie e locali aperti dalla colazione alla sera.

Vale la pena da solo? Sì, è una passeggiata breve che si gusta meglio senza fretta e senza gruppo. Chi ha poco tempo può abbinarla a Villa Borghese o a una visita a Villa Torlonia, e chiudere in mezza giornata con due poli architettonici molto diversi.

Il consiglio finale è il più semplice: entrate da via Tagliamento, girate intorno alla fontana, percorrete via Aterno e via Brenta, poi uscite verso via Nomentana. Mezz’ora, un paio di fermate a testa in su, e la sensazione di aver visto una Roma che non sta in nessuna cartolina.